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E' un mese invernale dicembre o Gennaio; Chissà? Fa tanto freddo! La neve è caduta copiosa sul piccolo paesino montano. Nella stanzetta di una lontana cascina è allestita una povera camera ardente. Al centro della stanza v'è una povera cassa contenenti i resti mortali d'una povera vecchina. Ella semplicemente vestita, con il capo coperto da una veletta nera. La donna è magrissima, consunta da una lunga malattia, il volto e il corpo segnato dal lungo tempo passato su di lei. Intorno al feretro solo quattro donne piangenti, anche loro poveramente vestite in nero. Il parroco del paesello, insieme al chierichetto, è seduto in un angolino di quella piccola stanza, intorno ad un braciere. Hanno tanto freddo! Gli addetti delle onoranze funebri tardano ad arrivare; La neve è tanta, la stradina è tutta innevata! Sono costretti ad arrivare alla cascina con un carretto tirato a mano. E' l'ora di pranzo quando arrivano i becchini. Non hanno il tempi di fermarsi un attimo, neanche per bere un qualcosa di caldo per riscaldare le infreddolita membra. La strada è lunga, si rischia di arrivare di notte al cimitero. Immediatamente tutti s'avviano per il mesto corteo. Il cielo è completamente bianco, sembra promettere altra nevicata in nottata. Poco dopo che il mesto e breve corteo s'è avviato una fitta nebbia avvolge tutto. Giunti nei pressi del cimitero si vedono quattro corvi appollaiati su un su di un albero senza le sue foglie. I volatili seguono attentamente il procedere lento del corteo funebre. Gracchiano fortemente! Sembrano voler dire qualche cosa. Quel gracchiare è assordante e lugubre, sembra il presagire di qualche cosa. Il tempo passa velocemente e il procedere è lento. Le luci del giorno cominciano a diminuire d'intensità. Finalmente tutti faticosamente ed affannati sono giunti dinanzi al portone di ferro del cimitero. Lì v'è un anziano signore che aspetta, seduto sulle scale. Egli borbotta ad alta voce, fra le mani tiene in mano una bottiglia mezza piena di vino. L'anziano uomo è il guardiano di quel posto, fra pochi giorni se ne andrà in pensione. Il custode s'accorge che da tutti è guardato in modo sdegnoso. Lui non se ne cura affatto. Tira dritto davanti al corteo delle donne, imprecando, bestemmiando il Signore per il troppo freddo, per il ritardo fatto da “quella gente”. Lentamente e claudicante s'avvia per l'unico viale del piccolo cimitero. Indica ai becchini dove dovrà essere trasportata la salma. Il posto è un loculo vicino ad un cipresso, dove vi sono già stati riposti gli attrezzi di lavoro. Mentre il custode, che fa anche da muratore, prepara il cemento, ad ogni rimestare della cazzuola segue una bestemmia. Le donne sono letteralmente scandalizzate: Hanno smesso di piangere di dolore per la scomparsa della loro pia nonnina, ora piangono per il non consono comportamento di quell'energumeno. Lui, non curante, bestemmia, sputa, fuma e tracanna vino continuamente. Le ultime luci del giorno stanno per spegnarsi. I becchini trasportano velocemente la salma sotto il cipresso, quasi fuggono dal cimitero, anche loro impauriti dal custode, che mai s'era comportato così. Si prestano ad accompagnare le quattro donne per un tratto di strada. I montagna la notte è pericolosa! Il custode viene lasciato solo a completare il suo lavoro. Le ultime luci del giorno sono scomparse da tempo e fa tanto freddo. Al custode di ciò non importare nulla. Nel cimitero solo le luci dei lumini fanno luce in quel luogo funesto. L'energumeno non ha finito di tumulare la salma, che già ha finito di scolarsi una bottiglia di vino. Lui non se ne preoccupa. Dietro il cipresso ha nascosto altro vino. Ogni mattone cosparso di cemento e messo nel loculo è un sorso di vino e una bestemmia. Che schifo! Quand'ecco che da lontano si ode il battere d'ali di più volatili. Quattro corvi si sono appollaiati proprio sul cipresso ove sotto lavora l'ingrato uomo. Gracchiano fortemente! Il loro canto è assordante e lugubre. Pare vogliano cantare l'ultima ora al custode. L'uomo imperterrito continua a bestemmiare e bere, con la cazzuola a buttar cemento ovunque. Quel continuo gracchiare lo fa innervosire. Smette di posar mattoni nel loculo, afferra un pesante martello e lo scaglia in direzione dei volatili. Solo uno dei corvo s'alza in volo, iniziando a volteggiare minaccioso. Il custode sempre più adirato comincia a scagliare qualsiasi oggetto gli capiti sotto mano, per far si che quei fastidiosi “uccellacci” se ne vadino via. Tutti i corvi sono in volo. Prendono e beccare l'uomo, in ogni parte del corpo. L'uomo urlando, bestemmia tutto: vivi, morti, l'Iddio, i Santi. Non riesce a sottrarsi del beccare furioso dei corvi. Lui non può fuggire agevolmente, è zoppo! Ha una protesi di legno ad una gamba. I volatili sembrano aver intonato una musica. Lentamente quel gracchiare si trasforma in un cantare umano. Essi intonano il “Confutatis Maledictis” di Mozart. Negli occhi del custode or non si legge più l'ira di un maledetto, ma il terrore d'un verme d'uomo. Si butta giù interra, seduto poggia le spalle al loculo, non ancora sigillato della vecchina. Comincia a guardarsi intorno, avverte rumori giungere da più parti del cimitero. Le piccole foto, di tutto il cimitero, sembra aver preso vita. Si odono canti religiosi, recitar rosario. In quel camposanto inanimato tutti i morti lodano Dio. Solo, quel vivo, bestemmia! L'uomo dalla paura ha smesso di parlare. Terrorizzato chiede in ginocchio, si batte il petto, si butta per terra, nel chiedere scusa a Dio di averlo così tanto maledetto. Tutto è compiuto! Oramai è troppo tardi per il perdono! Le immaginette, tutte in coro, cominciano a cantare. Tutte intonano un' unico motivo, il “Confutatis Maledictis” della Messa da Requiem di Mozart. Solo fino a quando hanno intonato l'ultima nota del funebre canto i corvi si fiondano sull'uomo. Cominciando a beccarlo su tutte le parti del corpo. Di quel disgraziato corpo ne fanno scempio! Gli riescono ad aprire quel voluminoso addome e buttarne fuori quei puzzolenti visceri. Da quel ventre è più il vino che ne fuoriesce che il sangue. Il volto viene lasciato come prelibato “bocconcino”. L'uomo è in terra agonizzante immerso in una pozza di sangue. I neri volatili s'accaniscono nel bucare le carni dell-inerme uomo. Gli bucano il viso, gli strappano i denti. Gli afferrano la lingua strappandogliela in piccoli pezzettini, fino ad arrivare alla radice e bucargli il palato. Nel mentre, da sotto il terreno, le possenti radici del grande cipresso escono fuori. S'attorcigliano all'unica gamba del custode. Le grida di dolore sono alte in cielo, che però sono coperte dal terribile canto dei corvi. Ecco! Dal profondo del terreno uscire una radice grandissima, che s' avvolge lentamente lungo il corpo. S'attorciglia, stringe, stritola. Le carni si spappolano, il sangue schizza, il rumore del rompersi delle ossa giunge fino ai luoghi più lontani del cimitero. Quando d'un tratto si ode una voce provenire da dietro le spalle dell'uomo. E' una vocina gentile. -”Vieni! Vieni! Vieni! Qui riposerai! Nessuno oserà disturbarti! L'uomo urla dal dolore e dal terrore. Nessuno lo può sentire o forse nessuno lo vuole sentire! Quell'uomo è l'essere più odiato del paese. Di chi è quella vocina? E' la vecchina, una pia donna, che in vita sua non aveva mai osato proferir una piccola bestemmia. La nonnina s'è stufata! Tira verso la morte quel maledetto. Nel ritirarsi le radici dell'albero hanno strappato l'arto. Da tutti i loculi del cimitero si sente uscire un unica parola -”Vieni! Vieni! Vieni I corvi, come cibo prediletto , hanno lasciato per ultimo, di cibarsi dei bulbi degl'occhi. Da lontano si sente un' altra voce gridare. Sovrasta tutte le voci del cimitero. E' una voce di donna. -”Basta! Basta! Basta! Mi volto di scatto, come a cercar di scoprire da dove provenga questa voce, che mi sembra di conoscere. M' accorgo che dietro le mie spalle si nasconde una sagoma umana. Mi volto lentamente, tanto sono impaurita. Lentamente comincio a scorgere i tratti del volto. Solo le luci dei lumini illuminano fievolmente quella scena. Riesco a riconoscere il volto di chi mi sta difronte . Dalla mia bocca riesce ad uscire un solo urlo. Chiudo gli occhi dallo spavento; Li copro con le mani. Tutti i rumori del camposanto svaniscono, intorno a me c'è solo tanto silenzio. Nel momento in cui lentamente riapro i miei occhi mi ritrovo seduta sul mio lettino, impaurita e piangente per lo spavento preso. Scusatemi! Era solo un incubo!
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