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Mini racconti
IL FUNERALE

I parenti del defunto sono tutti radunati nella piccola cappella del cimitero, di uno sperduto paesino montano, pregano per un’ultima volta prima della tumulazione. Sono gli ultimi giorni di dicembre e fa un gran freddo.
I dipendenti della ditta delle onoranze funebri attendono pazientemente, per poi procedere al trasferimento del defunto in una cappella. Il più giovane della ditta è un ragazzo, di circa venti anni; alto e robusto, capelli ricci e neri, un viso che sembra mostrare più degli anni che ha. Trasferita la salma nella piccola cappella gli operai decidono di recarsi nell’unico bar del paesello per prendere un bicchiere di grappa. Vogliono riprendersi dal gelido freddo dicembrino. Il giovane, di nome Alessandro, viene lasciato nella cappella per ultimare i lavori di tumulazione. Lui non si preoccupa affatto, non è la prima volta che viene lasciato solo nel cimitero ad ultimare il lavoro.
Il giovane prepara tutto il materiale perché si possa procedere velocemente a sigillare il loculo. Quando s’odono dei passi pesanti di una persona che cammina lentamente sul marciapiede della cappella. Alessandro s’accorge che qualcuno s’è fermato dietro di lui. Si volta e vede che un anziano uomo s’è appoggiato al cancello della piccola cappella. Tira un sospiro di sollievo, riconosce l’uomo, è il vecchio custode del cimitero. L’uomo è molto vecchio, ha delle rughe profonde che gli solcano il viso. l'anziano osserva Alessandro mentre impasta la malta. Fa tanto freddo! il giovane ha le mani gelide, sente la necessità di fermarsi per un attimo. Così và a prendere nella sua borsa degli attrezzi una bottiglia piena di vino. Guarda il custode, facendogli cenno se ne volesse anche lui un sorso. I'uomo annuisce. Alessandro prende un bicchiere d’acciaio dalla borsa; lo riempie e lo offre. Il volto del vecchio sembra illuminarsi dalla gioia e sorride. Finalmente comincia a parlare. Alessandro interrompe il lavoro e si siede in terra per ascoltare. Il vecchio comincia a raccontare dei suoi tempi passati; di quando si fidanzò per la prima volta con una giovane del paese; di quando, appena diciannovenne dovette imbarcarsi dal porto di Napoli, per andare in guerra in Africa nel 1942; Di quando conobbe una bellissima araba e si fidanzò, per quasi due anni, per poi doverla lasciare, perché rimpatriato a guerra finita. Racconta del mare di lacrime che il giovane soldatino versò nel dover lasciare per sempre la fidanzatina e che non l’avrebbe mai più rivista. Non l’ha mai dimenticata!
Il giovane ascolta. Mai un uomo ha raccontato della sua vita passata. È affascinato da tutti quei avvenimenti che l’ex soldato del Regio Esercito va raccontando.
Il sole è tramontato, è quasi notte. Il freddo punge e il custode decide d’interrompere la conversazione. Per lui è giunta l’ora d’andar via. E’ tardi! In accordo con il giovane operaio lascia le chiavi del grande e pesante cancello di ferro battuto del triste luogo, così che il lavoro nella cappella possa essere ultimato.
Alessandro riprende il lavoro. Prende mattoni e malta ed inizia ad alzare il piccolo muro che sigillerà per sempre la bara del defunto.
S’è fatta notte. Mentre il lavoro era quasi ultimato si cominciano ad udire dei rumori nella cappella. Quasi terrorizzato, il giovanotto, comincia a guardarsi intorno; non vede nulla. Riprende a lavorare fischiettando, per scacciare la paura. I rumori riprendono sempre più forti. Se prima sembravano i rumori di tanti topolini che rosicchiano il legno, ora il rumore è assordante, quasi fosse il rumore di tante seghe che tagliano un tronco. Alessandro è assalito dalla paura. Si siede in terra, le gambe non lo reggono, si bloccano. Poggia le spalle al loculo non ancora sigillato. Lo sguardo si fissa sulla foto di una lapide che gli è di fronte. Alessandro la osserva attentamente e nota ch’è l’immagine di un giovane, dell’età apparente di vent’anni è in divisa militare. Quando legge il nome del defunto, il ragazzo ha un sobbalzo. Scopre che il nome e cognome, la data di nascita sono le stesse del vecchio custode del cimitero. Strano! Su quella lapide non è riportato il luogo e la data di morte. Non è possibile! Alessandro comincia a tremare dalla paura.
Allora, chi era con me a raccontare della sua gioventù!
Quand’ecco … l’anziano uomo che ricompare dal nulla.
Sono io! Vedi … non sono mai morto? Mai nessuno mi ha cercato. Io non ho ancora attraversato il fiume. Io non sono di questo mondo. Io vado vagando!
Alessandro è dritto in piedi, inchiodato alla parete , come se una strana forza lo tenesse fermo lì.
Vedi tutte queste lapidi? Osserva bene! Sono tutti uomini. Erano tutti dei soldati. Li ho uccisi io. Osserva bene! Sono morti tutti lo stesso giorno. Sono morti tutti nello stesso luogo. Sono tutti italiani. Io ho tolto loro la vita. Io ho ucciso. Non volevo che cadessero nelle mani del nemico o morissero colpiti dai loro proiettili. Per me era un disonore!
Alessandro, con la voce spezzata dal terrore, chiede chi sia l’uomo che va seppellendo.
E’ l’uomo che mi ha fermato! E’ l’uomo che mi ha ucciso! E’ lui che ha voluto riparare la vergogna che ho gettato su tutto il mio paese.
Alessandro chiede
Cos’è successo dopo?
Il vecchio con le lacrime agli occhi finisce di raccontare
Sono stato lasciato solo, per terra agonizzante, sputato in faccia dall’unico superstite. Lì sono morto e da nessuno mai raccolto. Lì sono rimasto e … le mie carni divorate dagli sciacalli e le iene. Lì è rimasta la mia anima a vagare, in attesa che arrivi chi mi tiri con lui  oltre il fiume, in un luogo oscuro, terribile e orrendo. Questo è quel che merito!
Il giovane becchino piange spaventato. Mette le mani al volto. Non vuole guardare in volto quell’assassino, che ha ucciso per ben dodici volte. Anche lui sputa in faccia il vecchio.
Quando dal loculo appena sigillato iniziano ad uscire delle mani; sembrano cercare qualcosa. Velocemente esce tutto il corpo. E’ un uomo. Un giovane uomo. Anch’esso in divisa militare. I suoi occhi sono rosso sangue, come presi dalla forte ira; le vene della gola sono ingrossate, come se avesse urlato per tanto tempo. Quando apre la bocca per urlare, tutta la rabbia che ha in corpo, da essa esce una poltiglia di vermi e altra materia dall’odore nauseabondo, che in breve tempo invade l’area circostante.
Immediatamente il giovane soldato rivolge lo sguardo al custode, mai morto, ma non vivo. Il vecchio viene addossato alla parete da una forza invisibile. Quando … un urlo esce dalla fetida bocca del soldato, rompendo il silenzio di quel tetro luogo.
Vieni! Vieni! Andiamo. E’ da tanto che ti aspetto!
Quella singola voce, in pochi istanti, diviene un coro di voci. Tante voci. Sono le voci di quei giovani soldati, lì seppelliti, che ora reclamano il sangue e il corpo del loro assassino.
Alessandro riprende le forze. Riusce a fuggire dalla cappella. Cade, rimane in terra sul prato a pancia in giù, nascondendo il volto tra le braccia.
Guarda! Guarda! Vieni!
Le voci richiamano dentro la cappella il giovane Alessandro. Lui, come un automa ritorna in piedi e va dentro la cappella. Davanti a lui si pongono dodici uomini. Loro hanno la bocca insanguinata, le mani insanguinate. Ridono! Tante risate. Sembrano essere il verso di tanti sciacalli e iene. I soldati vanno cibandosi del corpo del custode. Quando…. Alessandro s’accorge che la lapide era prima era priva di data e luogo di decesso, ora è tutta in frantumi. Da dentro s’intravedono le ossa di un cadavere.
Il becchino è liberto da quella strana forza. Fugge via urlando dal terrore lasciando nella cappella la borsa degli attrezzi e la bottiglia di vino vuota.
Chissà…erano stati i fumi dell’alcool?
Trova riparo nell’unico bar del paesino, dove sono radunati gli altri colleghi di lavoro. Racconta la sua disavventura. Comprensibilmente, increduli tutti, gli ridono in faccia. Solo l’oste non ha alcuna reazione. Alessandro lo guarda. Gli sembra di conoscerlo. Strano, è così somigliante … quell’uomo è morto, chi è costui?
In questo paese non è mai successo niente!
Così l’oste risponde lapidario ad Alessandro. Il giovane convince tutti gli avventori del locale ad accompagnarlo davanti al cimitero. Giunti davanti al grande cancello tutti scoprono che la cappella non c’è più. L’anziano oste va ripetendo. Ossessivamente, con la stessa identica voce, dell’anziano soldato del Regio Esercito, va ripetendo
Vi ho detto che qui non è mai successo niente!
Andate via!
Lasciateci in pace!

 

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